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CAPITOLO I: RITORNO ALL’ALPE

Romanzo la figlia di Heidi
“La figlia di Heidi” romanzo per grandi e piccoli di Marino Curnis. Tutti i diritti riservati.

LA FIGLIA DI HEIDI di Marino Curnis. I CAPITOLO: RITORNO ALL’ALPE

Ritornare alla baita ogni estate alla fine della scuola è per me sempre una festa. Inizia a battermi il cuore all’impazzata quando da Maienfeld mi avvio, giungendo a Dörfli. Colta dall’eccitazione saluto in fretta gli amici che mi vengono incontro ed ogni volta riesco a liberarmi dal loro affetto solo raggiungendo il parroco in canonica. Egli è infatti rimasto negli anni l’amico ed il confidente di fiducia della famiglia, oltre che il mio maestro di scuola. Rivolgendomi a lui solo sono certa di ottenere ogni volta notizie puntuali e di prima mano sullo stato dei miei parenti lassù in baita.

Il gentile reverendo mi accoglie sempre con un sorriso affabile che solo il tempo ha leggermente alterato. Ogni volta mi anticipa sulla soglia della canonica, attendendomi a braccia aperte ed ogni volta, dopo un sincero ed accogliente abbraccio, mi guarda in viso e mi dice: «Stai proprio diventando una bella signorina!». Proprio solo come un caro e vecchio amico può fare, il parroco fa preparare per noi il pranzo all’anziana Barbel, divenuta la sua domestica quando, rimasta vedova e senza figli, non ebbe la possibilità di alcun sollievo familiare (essendo tutti i suoi parenti residenti a Prattigau, mentre quelli del povero marito abbandonarono Dörfli nel corso degli anni). Non ho mai visto di buon occhio Barbel, ma forse è soltanto un mio pregiudizio in quanto era amica della zia Dete. A pranzo, come ogni volta, il parroco m’informa delle novità qui al paesello e m’interroga circa il procedere dei miei studi a Francoforte, dello stato di salute di Clara e sugli ultimi accadimenti avvenuti durante la mia permanenza in casa Sesemann. Come ogni volta, io gli rispondo però distrattamente, impaziente di salire alla baita e di riabbracciare i miei cari. Il buon parroco non tarda a rendersene conto e paternamente mi dice: «Perdona la mia curiosità, mia piccola cara: dimentico sempre che sono passati dei mesi dall’ultima volta che hai fatto ritorno! Avrai senz’altro desiderio di riabbracciare la tua famiglia. Mangia perciò in fretta e non curarti delle mie domande!». Gli obbedisco e finisco di mangiare zitta ed in fretta, cogliendo con la coda dell’occhio il rammarico malcelato di Barbel, che è rimasta la pettegola di sempre. Come ogni volta, lascio a lui le mie valigie colme di regali e di libri che qualcuno verrà a prendere nei prossimi giorni.

Mi libero finalmente dagli svolazzanti abiti di città, troppo scomodi per la montagna e mi avvio di corsa senza prima scordare di riassaporare quella fresca e limpida acqua che sgorga dalla fontana nella piazza del paesello. Poi via, lungo il sentiero a piedi nudi! Non sono più abituata a queste corse su per i monti. Ma posso contare su una piccola sosta a metà strada per salutare la nonna che non ha mai voluto abbandonare la sua povera baracca, neppure quando è rimasta sola. È felice di vedermi, ma mi legge sempre nel pensiero: «Coraggio, vai pure su alla baita, ora che ti sei riposata: saranno tutti impazienti di rivederti. Ma non scordare di venirmi a trovare domani!».

Mi sembra di essere l’agile Bianca Neve, mentre m’inerpico di corsa per quest’ultimo tratto di sentiero. Anche la capretta sale più rapida di chiunque altro quando giunge vicina alla baita. Eccola spuntare piano dal prato, la mia amata baita! Prima inizio a intravedere, dietro al colle, la cima dei tre fitti abeti; poi il tetto e infine la baita tutta intera! Ci sono quasi, ma mi devo fermare per riprendere fiato: non è la corsa, è l’emozione a sfiancarmi ogni volta. Vista da qui sembra sempre la stessa. Persino i tre abeti secolari con i rami lunghi e sottili sono sempre lì, immobili e sempiterni. Vegliano sulla baita e sull’Alpe, sempre più antichi e sempre più silenziosi, incuranti del tempo che passa.

Il vento soffia dolcemente attraverso le loro fronde, mentre mi avvicino per rinfrescarmi alla gelida acqua della fontana. Mi asciugo il viso nelle maniche cercando di non disturbare con inutili rumori la pace di questo suono che dopo tanti anni lei, là sotto, ascolta ancora con stupore. Come se non esistesse nessuno, con il cuore colmo di gioia, mamma Heidi è lì, che salta e danza intorno a loro, come spesso l’ho vista fare.

Anche mamma sembra sempre la stessa: ricci capelli corvini come i miei; occhi scuri, vivaci e indagatori; guance rosse come mele entro un volto rotondo. Ma soprattutto il sorriso, quel sorriso che, negli anni, solo la permanenza a Francoforte riuscì a scalfire. Quel sorriso che s’illumina di sole ogni volta che ritorno e che ride, come fanno i suoi occhi pur colmi di lacrime mentre ci abbracciamo. No, mamma non è affatto cambiata: le sue domande si susseguono una dietro l’altra come sempre con le sue premure, così velocemente da non avere neppure il tempo di rispondere: «Come stai? Fatti vedere! Hai mangiato? Entriamo a bere una scodella di latte, così mi racconti. Tutto bene a Francoforte? Clara? Suo marito e i gemelli? E Sebastiano? La scuola è finita; è andata bene anche quest’anno?». Lo diceva sempre anche il nonno: «Heidi è un fiume di domande e un mare di curiosità». Come sempre faceva lui quando veniva sopraffatto da quelle ondate di quesiti, anch’io, ad un certo punto, mi limito a ripetere semplicemente: «Sì, sì».

La baita è davvero sempre la stessa: il tavolo con le quattro sedie; la panca di legno sotto la finestra; il camino con la grande pentola; l’armadio a muro; il letto del nonno che, da quando lui non c’è più, è diventato il mio giaciglio per l’estate. «Peter non ha costruito il fienile nemmeno quest’anno, perciò abbiamo raccolto ancora di sopra il fieno. Il tempo di sistemare la finestrella, però, l’ha trovato, sai!?». Mamma inizia a raccontarmi l’epica tragedia della sua finestrella tonda e senza chiusure: «Da quando Peter è arrivato in questa casa, ha cominciato a fissarsi che da lì entrava troppo vento, ma poca luce e che avrebbe trasformato la finestra allargandola e fissandovi dei battenti…». Questa lamentela non giunge nuova alle mie orecchie: sono quindici anni che la sento ripetere periodicamente. Ma l’attuazione dei suoi piani da parte del babbo, questa sì è una novità! «Posso salire a vederla?». «Certo, che domande!». Il familiare scricchiolio delle scale in legno mi accompagna al piano superiore. Quadrata e ingrandita com’è ora, la finestrella certamente perde in romanticismo, ma non posso dar torto al babbo sul fatto che entri più luce. Anche i battenti sono pratici per ripararsi dal vento. Il lavoro, per quanto me ne possa intendere, è ben fatto: il nonno ha insegnato bene al babbo i trucchetti da carpentiere! Neppure a mamma posso però dar torto: per quasi trent’anni ha dormito qui senza mai preoccuparsi di luce e vento, ricorrendo al limite ad un po’ di fieno durante quei pochi inverni che ha trascorso quassù, con o senza nonno. «Dormite sempre qui, anche quest’anno?». Mamma sale qualche scalino prima di rispondere: «Sì. Anche se per il babbo è un po’ scomodo scendere e risalire da qui al paese tutti i giorni; ma la baracca della nonna andrebbe sistemata come si deve ed una volta per tutte, prima di trasferirci là. Poi lo sai: il babbo ha promesso al nonno che si sarebbe preso cura della baita e ci tiene a mantenere la promessa fatta!».

La luce sul volto di mamma diventa improvvisamente rossa, come se il suo viso avvampasse di calore. Sollevandomi dal materasso del letto di mamma, sopra il quale mi ero temporaneamente sdraiata, mi dirigo verso la scala: «Andiamo a vedere il tramonto: è da settembre che non lo ammiro più!». «Andiamo! Tra poco arriverà anche tuo padre con le capre e con il tuo vecchio Ottentotto».

Mamma ed io ci sediamo fuori dalla baita, su quella stessa panca dove il nonno amava sedersi fumando la sua pipa, assorto nei suoi pensieri e nei suoi irraggiungibili segreti. Attorno tutto pare bruciare: le rocce, la neve sugli alti monti, il prato e perfino la baita. Poi quello splendore infuocato cambia colore e si tinge di rosa. Mentre il mondo attorno a noi comincia ad ingrigirsi, si sente un fischio accompagnato dal belare delle capre e dal tintinnio di molti campanellini: il babbo sta tornando dal pascolo. Mi alzo e mamma Heidi con me: «Sono contenta di essere a casa!». «Sono contenta anch’io che tu sia qui!».

Arriva babbo. «Buonasera Generale!» gli dico facendo mio come sempre il nomignolo con cui il nonno lo apostrofava abitualmente. «Buonasera Capitano, bentornata! Posso abbracciarti?». Pochi timidi attimi d’abbraccio con babbo ed ecco sopraggiungere geloso e possente Ottentotto. Finisco a terra sopraffatta dalla sua mole: «Buono Ottentotto, buono! Lasciami alzare. A cuccia, Ottentotto!». Deve intervenire babbo per liberarmi dalle dimostrazioni d’affetto del mio cagnone. Finalmente più tranquilli, babbo mi dice: «Hai visto come sono cresciuti anche i capretti di Turchina e Bruna? Mamma ha deciso di chiamarli con il nome delle caprette del nonno: Piccolo Cigno e Piccolo Orso. Ti piacciono?». «Moltissimo!» rispondo io, mentre con mamma le accompagno tutte e quattro in stalla. «Non dimenticarti di dar loro il sale!» mi ricorda mamma, versandomi nelle mani una manciata di quei granelli così appetitosi per le capre. «Io scendo in paese, prima che faccia buio. Hai lasciato come al solito le valigie dal parroco?» chiede babbo. «Sì. Ma sono molto pesanti, questa volta; ho molti libri nuovi». «Allora ne prenderò una per volta. Potrei fermarmi alla baracca da mamma Brigitte, questa notte. Così le faccio compagnia e domattina farò meno fatica con la valigia». «Come vuoi, Peter – risponde mamma Heidi – a patto che domani dedichi tutta la serata a tua figlia!».

Babbo acconsente e ci saluta, seguito al suo fischio da tutta la truppa. Ottentotto, invece, come d’abitudine si dirige al luogo del suo riposo vicino allo steccato: da quando abbiamo portato questo bravo bovaro quassù, dopo la morte di sua madre Engadina, non è mai più sceso al paesello.

Quando babbo e le capre spariscono nella valle, mamma ed io mungiamo Turchina e Bruna. Poi, chiusa la stalla, entriamo a cenare: formaggio fuso e dorato su fette di pane nero abbrustolito; latte per bevanda. Il cibo migliore del mondo! Non c’è che dire: sono proprio a casa!

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Pubblicato da Marino Curnis

MARINO CURNIS nasce a Bergamo il 07 maggio 1973. Oltre dodicimila chilometri nelle gambe (il Sentiero delle Orobie; la Via Mercatorum; il Cammino di Santiago; Eurasia Pedibus Calcantibus, da Bergamo all’Iran; il Circuito dell’Annapurna in Nepal; Leonardo 1516, da Roma ad Amboise; la Via Appia antica da Roma a Brindisi e oltre al Finis Terrae pugliese) ed i suoi molteplici interessi (musica, poesia, scrittura, viaggio, pittura, fotografia, lingue...) continuano a spronare Marino alla curiosità. La curiosità insinua il dubbio e sprona a conoscere. Istiga l'esperienza. E l’esperienza si fa scrittura...